Un gioiello dell’arte e dell’architettura Seicentesca

Costituito da una lunga cortina orientata a monte e da due più modeste ali laterali, Palazzo Gambara stupisce per la propria imponente bellezza. L’ala sul fronte ovest, superstite scuderia, ha conservato l’arioso ambiente ad alte colonne in botticino disposte su due file; quasi un ambiente basilicale a tre navate di egual lunghezza.

 

Dal corpo di fabbrica principale fuoriesce, con collocazione assai centrale, un loggiato a sette aperture arcuate, e un porticato interessa tutta la lunga cortina del prospetto meridionale. Le sale principali risultano interamente affrescate. Meritano una menzione anche l’ampio scantinato e quella che fu la ghiacciaia interrata.

 

La tipologia del palazzo ricorda quella dei casali cinquecenteschi della campagna romana ed è difficilmente rintracciabile nel Bresciano. Il nucleo originario più antico del fabbricato corrisponde ad alcune stanze al pianterreno, sul lato di sera, provviste di volte a schifo: sui mensoloni del soffitto di una di queste sale corrono delicate testine e fitti racemi in stucco (fine del XVI secolo).

Vista dall'alto di Palazzo Gambara

Il Salone Centrale

Il cuore della dimora è costituito da un vasto salone centrale che si sviluppa su due piani. Nella volta, entro un armonioso gioco di stucchi figurati rappresentanti putti ignudi ed aquile, si distribuiscono alcune medaglie attorno alla scena centrale ad affresco, rappresentante il Ratto di Proserpina. Nei quattro vertici della sala si scorgono Giunone, Venere, Cerere e Diana, mentre nelle due campiture piane laterali riconosciamo Minerva con lo scudo con la testa della Gorgone e una divinità femminile che cavalca l’Idra.

Questi temi esaltano le grandi risorse della femminilità, che spaziano dalla capacità di generare, al fascino che conquista, alla profondità dell’intuizione.

Le numerose divinità femminili potrebbero anche adombrare diversi tipi di amore, da quello coniugale (Giunone) a quello fisico (Venere) fino a quello casto e idealizzato (Diana).

Il Ratto di Proserpina allude probabilmente allo scorrere degli anni e delle stagioni, e alle attività agricole, oltre che ad un matrimonio importante della famiglia Gambara, che abitò la dimora.

Mentre le donne dominano la parte alta del soffitto, nei quattro cartelloni inferiori, accompagnati da scritte poetiche (quelle relative a Prometeo e a Sisifo sono purtroppo perdute), eroi maschili si divincolano nelle sofferenze loro inflitte dagli dei: Prometeo dilaniato dall’aquila, Sisifo schiacciato dal masso, Tantalo che cerca inutilmente di mangiare alcuni frutti, Isone divorato dai seprenti, Piritoo divorato da Cerbero, Perseo e Andromeda. Gli affreschi sono opera giovanile di Pompeo Ghitti (1675 circa), pervasi da freschi umori bolognesi che ingentiliscono le asprezze lombarde del disegno.

La Loggia e gli esterni

L’ampia loggia all’ultimo piano, dalla quale si gode una bella vista sul paesaggio circostante, è adiacente a un salone che possiede un arioso e imponente soffitto decorato sulla fine del Seicento con un forte architettura illusionistica. Alcune colonne binate, opera del Sorisene, contengono una medaglia di azzurro cielo con angioletti svolazzanti intorno a due figure femminili allegoriche, corrose dall’umidità, ma riconosciute dal Lechi nel 1976 come la Pace e la Giustizia.

Sotto la balaustrate che corrono tra le colonne si intuiscono evanescenti busti femminili di colore azzurro, assai eleganti e delicati. Tutta la parte figurativa di questa decorazione sembra opera ancora di Pompeo Ghitti, ma verso il 1690.

All’estremo occidentale del porticato si trova la cappella di famiglia, a pianta centrale, con portalino marmoreo modificato in epoca recente. In questa zona si incontra anche il fabbricato delle scuderie, caratterizzato al pianterreno da due file di snelle colonne marmoree che sostengono volte a crociera e al primo piano da un ampio locale destinato a fienile.

Sotto la vasta aia che si trova dinnanzi al palazzo e che è delimitata da un grande cancello settecentesco in ferro battuto disposto tra due imponenti pilastri marmorei, si sviluppa una grande cantina, coperta da volte a botte in mattoni.

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La storia del Palazzo

Nessun accorgimento riesce a scalfire la grandiosa severità di questa imponente fabbrica della prima metà del Seicento che ai Gambara, che pure ne furono i proprietari e gli hanno prestato il proprio nome, deve ben poco. Infatti, non vi sono più segni riferibili al potente casato. Si ricorda solo un camino, con loro stemma, visto dal conte Fausto Lechi negli anni Settanta, ma oggi non più rintracciabile in loco.

Lo stemma della casata è “uno scudo oblungo diviso quasi a traverso in campo d’oro e nero unitamente al fondo azzurro. Nel campo v’è una semplice aquila che guarda a sinistra con becco aperto, con lingua rossa piegata ed armi imbrandite. Lo scudo è coperto da un elmo nobile da torneo, voltato a dritta, con corona d’oro…”.

Nell’arioso ed elegante salone centrale alcune aquile in stucco che giocano o lottano con graziosi putti richiamano invece lo stemma dei Bianchini, che furono i costruttori di questa casa. Questa famiglia, originaria del Veronese, annovera tra i suoi componenti il padre Giuseppe dell’Oratorio di Roma, che nel 1749 curava l’edizione del celebre codice bresciano dei Vangeli, in carattere onciale d’oro e d’argento su pergamena purpurea, appartenuto al monastero di S. Giulia e ora conservato presso la Biblioteca Queriniana di Brescia.

Le cronache ricordano anche un altro illustre religioso, mons. Francesco Bianchini, pure vissuto nel Settecento, in rapporti epistolari con G. Leibniz (1646 – 1716).